Un’antica leggenda cinese dice che un invisibile filo rosso unisce ogni uomo (e donna) alla sua anima gemella affinché ciascuno, seguendolo, possa raggiungere il suo destino e la sua felicità. Ci piace credere che questo filo sia anche la speranza di ogni uomo, di ogni categoria o di ogni popolo affinché ciascuno possa sempre trovare la sua strada e dare senso alla sua vita, alla sua essenza e alla sua missione, anche quando le difficoltà della vicende dell’atletica vita o della storia hanno deviato il tragitto.
C’è allora un sottile filo rosso che unisce le proteste degli agricoltori in Italia e in Europa alle ragioni del biologico. Da oltre due anni un vasto fronte di protesta denuncia la grave crisi strutturale dell’agricoltura italiana ed europea, fatta di di redditi e di prezzi agricoli che non riescono mai a compensare i costi. Colpevoli le politiche europee distanti dagli interessi reali degli agricoltori e troppo spesso prone piuttosto agli interessi industriali che finiscono per costituire il centro di gravità degli accordi di libero scambio tra Europa e paesi terzi. Un esempio recentissimo è l’accordo commerciale Ue-Mercosur che la recente invasione della capitale belga, con oltre mille trattori e parecchie migliaia di agricoltori, ha contribuito il 18 dicembre scorso ha convincere a prorogare la firma del trattato ed evitare l’invasione, almeno per ora, di prodotti agricoli dal Sud America a basso costo e con standard sanitari inferiori a quelli previsti in Europa.
Giusto il tempo di prendere fiato e solo il 27 gennaio di quest’anno, l’Unione Europea e l’India siglano un nuovo accordo di Libero Scambio (FTA) con cui l’agricoltura europea viene esposta al rischio di concorrenza sleale, con l’ingresso di nuovi volumi agricoli a basso costo e incerta qualità sanitaria. Infatti, mentre gli agricoltori Ue devono, giustamente rispettare normative rigorose in materia di ambiente, benessere animale e uso di pesticidi (es. Green Deal, Farm to Fork), in molti Paesi extra-Ue con cui si stipulano accordi, non si seguono standard equivalenti, consentendo costi di produzione molto più bassi e l’uso di sostanze vietate in Europa. Per non parlare, poi, del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori.
Insomma una maledizione che tormenta gli agricoltori dell’area più antica e culturalmente più strutturata del blocco occidentale, quella europea, costretta a vivere il bizzarro dissidio tra gli obiettivi della sostenibilità imposti dal Green Deal e l’ossessione della bilancia import/esport. Prima o poi, però, dovremo fare i conti con tutto questo e ritornare alla funzione vera dell’agricoltura, di cui il modello biologico rappresenta senza dubbio la versione più originale e autentica.
L’atto di nutrirsi è un atto naturale spontaneo, oltre che necessario. Farlo con cibi privi di fitofarmaci e prodotti di sintesi, significa limitare in modo considerevole l’esposizione ad agenti inquinanti diretti che si aggiungono quotidianamente a tutti gli altri inquinanti di sistema: acqua, aria, eccesso di farmaci, abuso di vaccini e tanto altro ancora.
È ormai comprovata la correlazione tra il consumo regolare di alimenti biologici e una riduzione dei fattori di rischio per malattie cronico-degenerative. Gli alimenti biologici, come numerosi studi recenti confermano, sono, infatti, associati a una minore esposizione a pesticidi, insetticidi e metalli pesanti (come il cadmio). Uno per tutti: NutriNet-Santé, condotto su larga scala, con riferiemnto al cancro, ha rilevato che i consumatori abituali di cibi biologici mostravano un rischio di cancro inferiore del 25% rispetto a chi non ne consumava. In particolare, sono stati riscontrati rischi ridotti del 76% per i linfomi e del 34% per il cancro al seno post-menopausale. Lo stesso per diabete e obesità, dove si ha un rischio minore di diabete di tipo 2 (fino al 35% in meno in alcuni studi) e un minore indice di massa corporea (BMI). Con innegabili vantaggi sul piano umano e sanitario ma anche in termini di impatto economico e sociale. Studi basati sul True Cost Accounting indicano che l’adozione di diete sostenibili e biologiche potrebbe ridurre l’incidenza sui costi sanitari fino a 741 euro all’anno per persona.
Mentre sul piano delle emissioni di gas climalteranti a livello europeo, tanto cari alla narrazione del Green Deal, se solo si tengono in considerazione le importazioni di prodotti come soia, carne, olio di palma, cacao e caffè (per altro legati alla deforestazione), tra emissioni reali e “nascoste”, rendono i grandi importatori europei responsabili del 40% in più di emissioni agricole rispetto a quanto calcolato nei soli confini nazionali, generando un “peso” pro capite per il consumatore italiano di circa 1.778 kg CO2eq/anno.
La ricetta è, quindi, ovvia e praticabile: aumentare le superfici a biologico a livello nazionale ed europeo per salvaguardare risorse naturali e biodiversità e per ridurre le importazioni di cibo contenendo così le emissioni legate ai trasporti e alla deforestazione. Contemporaneamente è necessario aumentare i consumi dei prodotti biologici per ridurre l’incidenza delle malattie cronico-degenerative e ridurre la spesa sanitaria.
Una nuova cultura dei consumi responsabili alla guida di una rivoluzione possibile insomma, ma ancora bisognosa di risorse e strategie coerenti. Nonostante il biologico italiano mantenga una posizione di primato produttivo (quasi il 20% della Sau è in bio), il consumo pro capite italiano (circa 67€/anno) resta inferiore a quello di altri paesi europei, con una quota di mercato che si aggira intorno al 4%. Questo ci fa capire quanto spazio occorre ancora coprire per unire le richieste degli agricoltori alla felicità degli uomini seguendo il filo rosso delle ragioni del bio.
di Lillo Alaimo Di Loro

