Italia Bio

Difendiamo le aree interne dall’eutanasia

La popolazione italiana si riduce di circa 300 mila unità all’anno. Analogo dal punto di vista numerico il declino economico visto che assistiamo complessivamente alla scomparsa di circa 300 mila piccole aziende all’anno. L’agricoltura italiana da sola nell’ultimo ventennio ha di fatto visto scomparire 1,2 milioni di aziende agricole: circa la meta della consistenza totale. Un fenomeno non senza conseguenze in termini di perdita di occupazione, qualità del cibo e presidio ambientale del paesaggio rurale e culturale.

Non c’è che dire. Anni ed anni di teorizzazioni sullo sviluppo rurale e di politiche agricole comunitarie non sono servite, dunque. La situazione del rapporto tra sistema urbano e sistema rurale  sembra essere sfuggita ad ogni controllo. Il risultato è che buona parte della popolazione italiana è concentrata in quegli enormi “umanili” che sono le diventate le aree metropolitane. Così 53,28% della popolazione italiana è concentrata su appena 510 comuni con popolazione superiore a 50 mila abitanti (il 6,17% appena del territorio), dove i modelli di approvvigionamento e distribuzione del cibo sono tutt’altro che sostenibili e circolari.

Oggi in Italia ci ritroviamo con una situazione demografica più sbilanciata di sempre, con appena il 16.45% della popolazione rimasta a presidio dei 5.521 comuni (su un totale di 7.896). In altre parole meno di un sesto della popolazione italiana si trova a presidio del 70% del territorio del Bel Paese, cioè a contrastare incendi e dissesto idrogeologico, a custodire la biodiversità, a mantenere vive tradizione e saperi locali. Parliamo, in sostanza, della parte più sana ed eroica del Paese, senza la quale il paesaggio italiano sarebbe un’altra cosa.

Siamo pertanto fortemente contrariati nell’apprendere che nel nuovo Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne 2021-2027 (P-SNAI) è stato scritto, in modo quantomeno irriverente, che molte delle aree interne in cui ricadono i piccoli comuni (il documento ne conta circa 4 mila) non possono più invertire il declino demografico e pertanto possono essere solo accompagnate in un “percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”.

Oltre al danno la beffa! Prima si creano le condizioni per marginalizzare queste realtà territoriali, favorendo la concorrenza globalizzata e la grande distribuzione, poi si propone “l’eutanasia” come soluzione all’agonia economica di un sistema produttivo in balia di una politica “schizofrenica” che parla di “green deal” e “farm to fork”, ma favorisce le lobby della chimica e dei diritti sui semi.

Per altro, vorremmo rammentare a chi ci governa che proprio la nostra costituzione, all’articolo 3  afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità e che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, di fatto, limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. In altre parole, la Repubblica tutela tutti, ma soprattutto coloro che per qualunque condizione si trovano temporaneamente o permanentemente in condizioni di svantaggio. E non è poco. In questo principio riteniamo si condensi tutta la grandezza di uno stato civile e moderno, capace di vigilare sui propri doveri verso il “popolo sovrano”, sui doveri di ciascuno verso lo Stato, ma soprattutto di vigilare affinché che nessuno rimanga indietro rispetto agli altri nell’esercitare il suo diritto alla libertà e alla felicità.

A chi, per qualunque ragione del caso o della storia, compete l’onore di governare gli interessi della nazione, ci sentiamo di ricordare, inoltre, che gli obiettivi della sostenibilità e del contrasto alle emergenze ambientali può essere raggiunto solo con atti concreti oltre ogni retorica. Che il titolo “sovranità alimentare” che è stato aggiunto al dicastero dell’agricoltura non è uno slogan, ma un valore che racchiude il diritto di ciascun popolo all’autodeterminazione della propria dieta. Ma soprattutto che questo diritto passa attraverso il mantenimento in efficienza della rete rurale nelle aree interne con gli oltre 94 mila operatori biologici che costituiscono l’ossatura dell’Italia del bio, unico laboratorio di produzione di quel cibo che nutre in salute, riduce la spesa sanitaria e cura il paesaggio difendendolo dal degrado, ma soprattutto costruisce quelle barricate culturali capaci di contrastare il rischio di massificazione dell’offerta agroalimentare propria dei sistemi produttivi agroindustriali ed etero-guidati, ridando dignità ai contadini custodi e ai cittadini oggi tanto bistrattati.

di Lillo Alaimo Di Loro