Italia Bio

Sumud: resistere per esistere. Italia bio sostiene il diritto alla vita

Dopo il doveroso rallentamento estivo, ItaliaBio torna puntuale ad informare soci e amanti del biologico e della cultura della vita che questo rappresenta.

Oggi più che mai la forma diventa sostanza cui fare riferimento per ricostruire le tracce di un percorso che questa epoca sembra avere smarrito. Il richiamo ai valori culturali di riferimento e ai cardini principali delle società civile ci sembra pertanto necessario. Perdonatemi allora, se farò per questo numero una piccola divagazione rispetto alla nostra missione specifica, di cui ovviamente mi assumo ogni personale responsabilità, ma riteniamo che non si possa parlare di cibo biologico e sostenibilità se si trascura il diritto all’esistenza dei popoli, né di sostenibilità  senza pensare all’impatto sull’umanità e sull’ambiente delle migliaia di tonnellate di bombe utilizzate per i conflitti in corso e per la politica del riarmo generale che oggi mette a serio rischio la stessa esistenza del genere umano.

C’è più di un filo verde che unisce sensibilità, empatia e bisogni che accomunano le più svariate realtà, solo apparentemente divise dalla distanza geografica. Il primo si chiama resilienza, precisamente sumud, che in arabo vuol dire anche “fermezza” o “resistenza”. Rappresenta la forza d’animo e la volontà di sopravvivere, adattarsi e preservare la cultura e la comunità nonostante i conflitti, le pressioni esterne, le privazioni e, in talune situazioni, l’occupazione militare. Significa cercare ogni giorno ogni strategia e soluzione possibile per onorare il diritto/dovere a “restare”, in ogni occasione in cui la fuga, l’esodo o sola la migrazione può sembrare la scelta meno dolorosa o l’unica possibile. Questo avviene oggi in Palestina, ma anche in ognuno dei 56 grandi conflitti bellici di diversa entità oggi accesi nel mondo, o in tutti i Sud del mondo, incluse molte aree rurali dell’Italia e delle regioni europee in generale. Avviene ad esempio nella Sardegna di casa nostra, dove il comparto zootecnico, colpito da una malattia non contagiosa per l’uomo – la Lumpy Skin Disease (malattia della pelle nodulare/grumosa) – rischia il collasso a causa dell’applicazione di norme europee a dir poco esagerate che prevedono l’abbattimento obbligatorio oltre che dei capi infetti, anche dei capi sani degli allevamenti in cui si sono riscontrati dei casi positivi alla malattia, ancorché vaccinati in ossequio all’obbligo vigente che ormai ha interessato oltre il 50% della consistenza regionale.

Un altro filo verde che accomuna tutti i popoli del mondo è il “cibo”, sano giusto e solidale. Il cibo considerato come insieme dei beni primari, la cui negazione può diventare strumento di offesa militare o peggio di oppressione dei popoli per indurli all’esodo forzato, all’abbandono della terra. Mai avremmo pensato, dopo gli insegnamenti della storia, che nel terzo millennio si potesse arrivare a tanto.

Fao e Unicef, basandosi sulle valutazioni dell’Integrated Food Security Phase Classification (Ipc) hanno da tempo confermato lo stato di carestia a Gaza. Il che è inammissibile, ancor più per chi come Italia Bio, ma in generale per tutti quanti si riconoscono nel movimento del biologico italiano e mondiale, del cibo sano e sostenibile hanno fatto la propria bandiera di impegno e libertà.

Ecco perché la forma è sostanza e basterebbe riflettere sulla parola “biologico” che si compone della parola greca “bios” che significa vita e di “logos” che significa studio, discorso o ragionamento.

Per una volta, pertanto deroghiamo dal metodo con cui il cibo biologico destinato alla felicità dei popoli viene realizzato e concentriamoci su quanto più volte abbiamo ricordato, cioè la promozione di un mondo più giusto e solidale nella direzione degli obiettivi valoriali votati alla natura e alla solidarietà. Dove il diritto di accesso al cibo e alle risorse naturali venga sempre garantito a tutti e la costruzione di percorsi di pace tra i popoli sia il principale impegno quotidiano.

In questo contesto il biologico italiano non può che sostenere la rottura di qualunque blocco o impedimento che vieta o limita l’accesso dei popoli alle risorse fondamentali e che nega ai territori il diritto di autodeterminarsi secondo i loro bisogni e le loro possibilità. In Palestina, in Sardegna o in qualunque angolo del pianeta e diventa il nodo fondamentale da sciogliere per ricordarci che essere uomini comporta l’obbligo di rimanere umani. Forti della nostra cultura della vita non possiamo che sostenere l’azione di chi, come i volontari della “Global Sumud Flotilla” che con le sue 30 navi cariche di beni di prima necessità, nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti fondamentali dell’uomo, sta navigando verso Gaza, per spezzare il blocco agli aiuti umanitari che causa carestia e morte e riscattare la dignità di una umanità ferita dagli atti di arroganza diventati ormai strumento ordinario di ogni controversia.

di Lillo Alaimo Di Loro