Italia Bio

Gli ulivi della Giordania e l’agroecologia

L’ulivo è sempre stata una pianta sacra. Il Decreto Legislativo Luogoteneziale 475/1945, tutt’ora vigente, in Italia ne vieta l’abbattimento, salvo specifiche autorizzazioni rilasciate dalle regioni per giustificati motivi. La ragione, manco a dirlo, è la tutela del patrimonio olivicolo, sia come fattore produttivo strategico che come elemento imprescindibile del paesaggio culturale nazionale.

Nella cultura araba l’ulivo è simbolo di resistenza, eredità, speranza e legame con la terra. Mentre per la cultura  occidentale in generale rappresenta la pace, la saggezza e la spiritualità. E allora cosa non è chiaro a paesi che si dicono occidentali, democratici e civili – leggasi Israele – se migliaia di alberi di ulivo della Cisgiordania vengono tagliati alla base o avvelenati allo scopo di annichilire, impoverire e offendere il popolo che in quei luoghi ne è custode? Perché tanto orrore? A questo pensavo quando nel corso di uno dei diversi talk show organizzati nell’ambito del Bio in Sicily 2025, nella splendida cornice del Palazzo Palagonia di Bagheria, dal titolo “Agroecologia e valorizzazione del tel territorio” mi è stato chiesto come l’agricoltura biologica si concilia, o se vogliamo, si intreccia con l’agroecologia. Mi sono venuti in mente i tanti conflitti che oggi si consumano nel mondo, la confusione climatica, la difficoltà di accesso al cibo per quasi un miliardo di persone, lo spreco alimentare ai massimi storici e di contro le eccedenze di certe produzioni agricole che creano inflazione e povertà. Ho pensato, quindi, al quadro di insieme del rapporto tra sistemi rurali e sistemi urbani, tra produzione agro-industriale e qualità dei consumi e ho manifestato tutta la mia preoccupazione. Secondo studi recenti, a livello mondiale, solo sul fronte dei mezzi tecnici il consumo di prodotti chimici e fitofarmaci nell’ultimo decennio è passato, infatti, da  2,8 milioni a oltre 3,5 milioni di tonnellate. Solo in Europa se ne consumano 450 mila tonnellate all’anno.

Il cibo non è una variabile indipendente rispetto alle condizioni generali dei popoli, alla loro libertà di accesso alle risorse – terra e acqua per primi – alla tecnica agronomica adottata che ne consente più o meno un utilizzo sostenibile e ai sistemi sociali che ne consentono la distribuzione alle comunità.

Per questo la cultura dell’agricoltura biologica italiana si intreccia perfettamente con la necessità riconosciuta a livello internazionale dalla Fao di orientare la produzione del cibo verso le tredici direttrici dell’agroecologia che per comodità ha riassunto in cinque raccomandazioni: sostenibilità ambientale, sostenibilità economica, sostenibilità sociale; resilienza, partecipazione e conoscenza. Raccomandazioni che a ben pensare si rivolgono soprattutto a quella parte del settore agroalimentare industriale che partecipa complessivamente al 20% circa della produzione agricola mondiale, ma che in buon parte è responsabile dei tanti squilibri sociali ed ecologici e che, di fatto, ha trasformato i principali prodotti agricoli in commodity per le speculazioni finanziarie delle borse mondiali.

L’agroecologia è quell’insieme di principi – o se vogliamo quella cultura di approccio alla produzione agricola – che tiene conto di tutti i fattori, in ingresso e in uscita, che concorrono alla produzione del cibo in modo da risultare più sostenibile possibile e, al contempo, produrre il maggiore vantaggio sociale. La buona agricoltura biologica, di contro, corrisponde esattamente all’attuazione di questi principi, con l’aggiunta del fatto che l’intero processo di produzione è certificato, codificato e garantito dalla specifica normativa.

La Sicilia, con uno scatto di generosità, si è portata avanti indicando la strada operativa: l’Assemblea Regionale Siciliana ha, infatti, discusso e approvato all’unanimità la legge n. 21/2021 del 29 luglio 2021. La legge, prima in Europa, riconosce e definisce i principi dell’agroecologia, istituisce un registro per le aziende che la praticano e introduce aspetti di premialità per le aziende virtuose.

La Sicilia ricordiamo, non è una regione qualsiasi. È la regione con la più vasta superficie biologica certificata: un vero grande laboratorio in cui operano quasi 14 mila aziende. È, se vogliamo, il paradigma del modello italiano di fare bio-agricoltura che, nel complesso nazionale con oltre 2,5 milioni di superficie certificata, rimane con i piedi ben saldi parte del sistema rurale, nocciolo duro dell’immenso paesaggio culturale del nostro Bel Paese fatto di mille eccellenze eno-gastronomiche. Siamo di fronte a un modello culturale tanto potente nei suoi contenuti storico evocativi ma allo stesso tempo tanto stanco nel dovere affrontare le quotidiane lotte per difendere il diritto di esistere contro il rischio di omologazione e di estinzione. Per questo è necessario che ogni “taxa” della biodiversità biologica e culturale venga difeso, ma soprattutto che nessun albero d’ulivo venga perduto, in nessuna parte del mondo, senza il rischio che l’umanità stessa perda irrimediabilmente la sua anima

Di Lillo Alaimo Di Loro