C’è un filo sottile che unisce il risultato della Cop 30 di Belem alla sottrazione dei figli della coppia Nathan e Catherine dalla loro podestà genitoriale. Il filo conduttore è il bosco del nostro bel Paese che, nella dimensione globale, diventa foresta.
La scelta di svolgere l’annuale conferenza sul clima in Brasile, proprio nella principale zona di ingresso alla foresta amazzonica, dopo le precedenti edizioni ospitate ahimè da paesi “petrofili” – Dubai e Baku – risponderebbe alla necessità di riconoscere il ruolo fondamentale delle foreste per rimediare, in modo strutturale e duraturo, agli scompensi climatici attribuiti all’eccesso di emissioni di gas climalteranti. Senza quindi voler scendere nei particolari del bilancio complessivo della CO2 equivalente, di certo si ravvede la necessità di un contenimento dell’uso dissennato dell’energia fossile e dei modelli produttivi energivori introdotti a partire dalla rivoluzione industriale.
In tutto questo, la conferenza di Belem che si è conclusa di recente, porta a casa un ulteriore risultato parziale e deludente che nella sostanza consiste nel “triplicare la finanza per l’adattamento climatico entro il 2035”. Come dire: affidare ai soldi (si parla di migliaia di miliardi) il rimedio ai danni che questi hanno creato! In altre parole lo soluzione consisterebbe nell’ aumentare la quantità di denaro destinata all’adattamento climatico per “rendere le comunità e le infrastrutture più resilienti agli effetti dei cambiamenti climatici già in atto”. Cioè curare il sintomo della “malattia climatica”, invece che curare la “salute del pianeta”.
Ancora una volta gli oltre 56 mila delegati provenienti da 193 Paesi, di cui 1602 lobbisti dei carburanti fossili, hanno girato attorno al problema senza affrontarlo di petto. Senza riconoscere che le grandi questioni ambientali – e non solo la confusione climatica – sono legate al rapporto tra uomo e natura, cioè ai modelli prevalenti di produzione e di consumo che, ispirati alla “cultura” consumistica, hanno finito per trasformare in merce ogni valore, naturale ed anche etico. La “macchina” produttiva globale ormai fuori controllo, con il pretesto di produrre beni per soddisfare bisogni, finisce per produrre inutili emissioni climalteranti per poi specularci sopra.
Nel frattempo, le foreste, amorevolmente e in silenzio assorbono la CO2 fuori bilancio e agiscono nel silenzio millenario come una cassa di compensazione, un sistema tampone planetario. Un dato tra tutti ci dà un’idea di quanto il rapporto uomo-natura sia compromesso: si stima che nell’era pre-industriale la superficie delle foreste a livello mondiale fosse circa 6 miliardi di ettari, cioè 2 miliardi in più degli attuali 4 per altro soggetti ad un processo di deforestazione che, per quanto si dica in leggero rallentamento, marcia al ritmo di 10,9 milioni di ettari all’anno. Questa pericolosa erosione interessa soprattutto proprio l’area amazonica ed in prevalenza è legata all’espansione dell’attività petrolifera, oltre che all’estrazione dell’oro e alla produzione di “bistecche”.
Gli organismi internazionali hanno più volte riconosciuto che difendere la foresta amazzonica dalla distruzione, tutelando l’esistenza delle popolazioni native quali custodi dell’integrità degli ecosistemi forestali, significa difendere la terra dagli scompensi climatici. Modificare globalmente i modelli di consumo e di vita (soprattutto nell’area occidentale) significherebbe ridurre l’impatto generale della presenza umana sul pianeta. Insomma la strada maestra sarebbe segnata: per ridurre i cambiamenti negativi, inclusi quelli climatici, è necessario tutelare le foreste con il blocco del processo di deforestazione operato in prevalenza dalle compagnie petrolifere, minerarie e consentire ai popoli di ri-modificare il proprio stile di vita in funzione di un migliore approccio con la natura sposando, insomma, una reale sostenibilità domestica e un modello alimentare biologico e responsabile. Che è quanto richiesto dal grande popolo dell’Amazonia, che con una delegazione di circa 3 mila persone e quattrocento leader presenti ai lavori della conferenza di Belem hanno voluto di dimostrare la necessità fondamentale delle loro comunità per la stabilità ambientale e climatica del pianeta.
La chiamata orgogliosa e la disperata di difesa del ruolo di custodi del grande bene comune amazzonico, è caduta nell’indifferenza degli interessi dell’economia globale che continua a considerare le foreste come strumento di compensazione economica attraverso cui mettere a pareggio crediti ambientali, emissioni inquinanti e coscienza.
Un po’ quello che è avvenuto alla famiglia dei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, che con la loro scelta radicale di vivere in pace con loro stessi e con la comunità circostante – fuori dal frastuono della propaganda consumistica e dei modelli energivori della moderna quotidianità – ha messo in allarme i “codazzi delle conferenze sul clima” imbevuti di retorica ma refrattari alle scelte coerenti. Anche su di loro scende intransigente come una sentenza divina la “spada del buon senso sociale”, pronta a ricordare che “una cosa è parlare dei grandi sistemi”, un’altra è dare seguito con atti, grandi o piccoli, a soluzioni concrete che possono mettere in crisi le certezze dei piccoli ma sicuri modelli domestici di consumo preconfezionato, da mettere in atto al tepore del “focolare dei talk show televisivi”.

