Il rame torna al centro del dibattito nella viticoltura biologica. E lo fa con nuovi dati scientifici che potrebbero rimettere in discussione uno dei temi più controversi del settore: il suo possibile divieto in Europa dopo il 2029.
Dal Vinitaly arriva infatti un messaggio confortante: il rame, se utilizzato correttamente, non rappresenta un rischio per il suolo né per la sua vitalità biologica. Una posizione sostenuta da ricercatori, tecnici e operatori del comparto durante un convegno dedicato alle strategie di difesa sostenibile.
Al centro della discussione c’è uno studio condotto tra il 2022 e il 2024 nei vigneti della Bio Cantina Sociale Orsogna, in collaborazione con le Università di Perugia, Teramo e Napoli. I risultati sono netti: nei terreni gestiti secondo i principi del biologico e del biodinamico non si registra accumulo di rame, anche con utilizzi nei limiti di legge (4 kg per ettaro annui).
Un dato che smentisce uno dei timori più diffusi tra tecnici e decisori politici. La chiave, spiegano i ricercatori, sta nella gestione del suolo: un’elevata presenza di sostanza organica consente di “immobilizzare” il rame, riducendone la mobilità e quindi l’impatto ambientale.
È proprio la fertilità del terreno a fare la differenza. Nei sistemi biologici e biodinamici, pratiche come sovescio, compostaggio, pascolamento e utilizzo di residui organici contribuiscono a creare un ambiente ricco e stabile. In queste condizioni, il rame viene assorbito e reso meno disponibile, evitando effetti negativi sulla catena alimentare.
Ecco che così si rafforza la visione della viticoltura rigenerativa: non eliminare semplicemente gli input, ma gestirli in equilibrio con l’ecosistema.
Oggi non esistono alternative realmente efficaci al rame per il controllo di patologie come la peronospora. E questo apre una riflessione strategica per il futuro del biologico europeo.
Secondo diversi esperti intervenuti al convegno, vietare il rame senza soluzioni sostitutive significherebbe mettere in seria difficoltà il comparto. Il rischio è concreto: riduzione delle rese, aumento delle perdite e perdita di competitività per le aziende bio.
La strada indicata dalla ricerca non è quella della sostituzione tout court, ma di un cambio di paradigma. Più attenzione alla salute del suolo, maggiore valorizzazione dei microrganismi e approcci integrati che rendano i sistemi agricoli più resilienti.
I microrganismi del terreno, infatti, sono in grado di attivare processi naturali di “detossificazione”, contribuendo a mantenere l’equilibrio dell’ecosistema anche in presenza di rame.
Il dibattito è aperto e destinato a intensificarsi nei prossimi anni. Da un lato ci sono le esigenze normative e ambientali, dall’altro la necessità di garantire strumenti efficaci agli agricoltori.
Per il biologico, la sfida è trovare un equilibrio tra sostenibilità e produttività. E il rame, almeno per ora, resta un tassello fondamentale di questa equazione.

