Il biologico nel Lazio continua a crescere e si avvicina sempre di più al traguardo europeo del 25% di superficie agricola utilizzata coltivata con metodo bio entro il 2030. Secondo i dati Sinab e Ismea, la regione ha ormai raggiunto una quota vicina a un quarto della Sau regionale, confermandosi tra le realtà più dinamiche del Centro Italia. Nel 2023 le superfici biologiche laziali hanno superato i 173 mila ettari, mentre gli operatori attivi sono circa 5.600 tra produttori, trasformatori e importatori.
A trainare il settore sono soprattutto le colture foraggere, che rappresentano oltre il 60% delle superfici bio regionali. Seguono i seminativi destinati ai cereali e alle colture industriali, mentre tra le coltivazioni arboree spiccano oliveti, frutteti e vigneti. “La crescita del biologico laziale – afferma Italia Bio – è sostenuta anche dalla presenza di aree interne ancora poco intensificate, da un forte patrimonio ambientale e dalla domanda crescente di prodotti sostenibili proveniente soprattutto dall’area metropolitana di Roma”.
Il quadro, però, non è privo di criticità. I costi di certificazione, la pressione della grande distribuzione sui prezzi e le difficoltà burocratiche che continuano a pesare sulle aziende agricole. A questo si aggiungono gli effetti della crisi climatica: siccità prolungate, eventi estremi e nuove fitopatie stanno mettendo sotto pressione molte produzioni tipiche regionali.
“Nonostante questo – osserva Italia Bio – il Lazio bio continua a raccontare storie imprenditoriali capaci di coniugare sostenibilità, innovazione e presidio del territorio”. Nella Tuscia, ad esempio, numerose aziende olivicole hanno scelto il biologico come leva per valorizzare cultivar autoctone e produzioni di qualità orientate all’export. Qui il bio non è più soltanto una scelta agronomica, ma anche uno strumento di marketing territoriale.
Nell’Agro Pontino cresce invece il peso dell’ortofrutta biologica. Diverse imprese specializzate in kiwi, ortaggi e fragole stanno investendo in tecniche di difesa naturale, agricoltura di precisione e gestione sostenibile delle risorse idriche. Una trasformazione favorita anche dalla domanda dei mercati esteri, sempre più attenti alla tracciabilità e all’impatto ambientale delle produzioni.
C’è poi il caso delle aziende multifunzionali delle aree interne del Reatino e della Ciociaria, dove il biologico viene integrato con agriturismo, trasformazione aziendale e vendita diretta. In questi territori il bio rappresenta spesso uno strumento concreto per contrastare l’abbandono rurale e mantenere vive economie locali fragili.
Anche il comparto vitivinicolo laziale guarda con interesse crescente alla conversione biologica. Dalle colline dei Castelli Romani fino al comprensorio del Cesanese, aumentano le cantine che puntano su vini ottenuti senza chimica di sintesi, intercettando un consumatore sempre più sensibile ai temi ambientali.
Il futuro del biologico nel Lazio si giocherà soprattutto sulla capacità di costruire filiere più forti e remunerative. La sfida non riguarda soltanto l’aumento delle superfici coltivate, ma anche la possibilità di garantire reddito agli agricoltori, innovazione tecnica e maggiore riconoscibilità commerciale.
Perché oggi il biologico, nel Lazio, non è più una nicchia. È una parte sempre più strutturale dell’agricoltura regionale e uno dei terreni su cui si gioca la competitività futura del settore agroalimentare.
Attività finanziata dal MASAF – Ministero dell’Agricoltura della sovranità Alimentare e delle Foreste – Progetto “Bio-ConvItalia – Biologico Conviviale Italiano” – D.M. n. PQAI 01 – Prot. N.0605738 del 31/10/2023 – CUP J55B23000730001

