Tra uliveti che si arrampicano sulle colline, agrumeti affacciati sullo Ionio e pascoli dell’entroterra, la Calabria è oggi una delle locomotive del bio italiano. Secondo i dati Ismea-Sinab, la regione ha superato il target europeo del 25% di superficie agricola biologica fissato per il 2030, entrando tra le regioni leader del settore.
“I numeri – osservano a Italia Bio – raccontano una crescita strutturale che dimostrano come in Calabria l’agricoltura biologica non sia più una nicchia ma un pezzo consistente dell’economia agricola regionale e, soprattutto, una scelta identitaria”.
Nel 2023 la superficie agricola biologica calabrese ha raggiunto circa 195 mila ettari, confermando la regione ai vertici nazionali per estensione coltivata bio. Gli operatori biologici sono oltre 13 mila, tra produttori, trasformatori e importatori: un dato che colloca la Calabria tra le prime regioni italiane per numero di aziende coinvolte nella filiera.
A dominare il paesaggio bio calabrese è soprattutto l’olivicoltura. Gli oliveti rappresentano oltre un terzo della superficie biologica regionale, con circa 69 mila ettari coltivati senza chimica di sintesi. Seguono prati e pascoli, fondamentali per la zootecnia estensiva, le foraggere e gli agrumi, altro simbolo agricolo della regione. Più contenute ma in crescita le superfici dedicate a vite, ortaggi e frutta a guscio.
Il biologico calabrese, però, non è fatto solo di statistiche. “Dietro i numeri – spiega Italia Bio – ci sono aziende che hanno trasformato un vincolo territoriale in un vantaggio competitivo”. Nella Piana di Sibari, diverse imprese agrumicole hanno scelto il bio per valorizzare clementine e arance destinate ai mercati esteri, puntando sulla tracciabilità e sulla riduzione dell’impatto ambientale. Nel Crotonese e nel Catanzarese cresce invece il numero di aziende olivicole che uniscono certificazione biologica e recupero di cultivar autoctone, producendo extravergini di alta qualità sempre più richiesti dalla ristorazione internazionale.
C’è poi il fenomeno delle aziende multifunzionali, soprattutto nelle aree interne. Agriturismi biologici, fattorie didattiche e piccoli laboratori di trasformazione stanno contribuendo a mantenere vive zone collinari e montane segnate dallo spopolamento. In molti casi il bio diventa anche uno strumento sociale: crea occupazione giovanile, attrae turismo lento e rafforza il legame tra cibo e territorio.
Non mancano le difficoltà. La carenza idrica, aggravata dal cambiamento climatico, rappresenta una delle principali emergenze per l’agricoltura regionale. A pesare sono anche i costi logistici, la frammentazione aziendale e la necessità di rafforzare le filiere di trasformazione locali. Eppure il settore continua a crescere. Negli ultimi anni la domanda di prodotti biologici italiani è aumentata sia sul mercato interno sia all’estero, aprendo così nuove opportunità per le imprese calabresi.
La vera sfida, adesso, sarà consolidare questa crescita senza perdere autenticità. Perché il punto di forza della Calabria bio resta proprio il suo carattere agricolo profondo: produzioni spesso legate a territori difficili, lavorazioni ancora artigianali e un patrimonio di biodiversità che altrove è andato perduto.
In una regione che per decenni ha inseguito modelli agricoli intensivi spesso poco sostenibili, il biologico sta riscrivendo il rapporto tra agricoltura, ambiente ed economia. E lo sta facendo partendo dalla terra.






