In una regione simbolo dell’agricoltura intensiva italiana, il biologico continua a guadagnare terreno. La Lombardia, patria di zootecnia, riso e grandi trasformazioni agroalimentari, sta vivendo una crescita lenta ma costante del comparto del bio, trainata da aziende giovani, filiere corte e consumatori sempre più attenti alla qualità.
Secondo gli ultimi dati regionali, nel 2023 le superfici agricole biologiche lombarde hanno sfiorato i 54 mila ettari, pari al 5,8% della superficie agricola regionale. Gli operatori certificati sono 3.202: 1.443 produttori esclusivi, 1.086 preparatori, 551 aziende miste e 122 importatori.
La provincia leader resta Pavia, che concentra oltre un terzo delle aziende bio lombarde e quasi metà delle superfici regionali. Seguono Brescia, Mantova e Bergamo. Un dato che racconta bene la geografia del biologico lombardo: pianura irrigua, cereali, riso e allevamenti, ma anche aree collinari e montane dove il bio diventa presidio territoriale.
Tra le colture prevalgono seminativi, foraggere, riso, prati permanenti e colture destinate alla zootecnia biologica. Crescono anche ortofrutta, viticoltura e olivicoltura nelle aree più vocate del Garda e della Valtellina. In aumento pure le aziende che trasformano direttamente il prodotto, segnale di una filiera che cerca maggiore valore aggiunto.
Dietro la crescita del biologico lombardo ci sono storie di imprese che hanno scelto di cambiare approccio produttivo puntando su sostenibilità, biodiversità e mercato di qualità.
Nell’Oltrepò Pavese molte aziende risicole hanno convertito parte delle superfici al biologico, investendo su varietà tradizionali e tecniche agronomiche meno impattanti. In diverse realtà il riso bio viene oggi venduto direttamente o trasformato in farine, snack e prodotti gluten free, intercettando nuove nicchie di consumo.
In Franciacorta e nel Mantovano, invece, diverse aziende vitivinicole stanno accelerando sulla conversione biologica. La domanda internazionale di vini sostenibili continua infatti a crescere e il marchio bio è diventato un elemento competitivo soprattutto sui mercati esteri.
Anche la zootecnia biologica lombarda prova a ritagliarsi uno spazio. In alcune aree montane bergamasche e valtellinesi piccole aziende lattiero-casearie stanno puntando su pascolo, benessere animale e trasformazione artigianale del latte. Formaggi, yogurt e burro bio diventano così strumenti per mantenere viva l’economia delle aree interne.
Importante anche il ruolo dei distretti biologici riconosciuti dalla Regione, come quelli della Valtellina, della Val Camonica e del Bergamasco. Qui il bio viene interpretato non solo come metodo produttivo, ma come modello territoriale capace di unire agricoltura, turismo e tutela ambientale.
E fin qui il lato migliore della medaglia. Tra le criticità si annoverano costi di produzione sostenuti, soprattutto per energia, manodopera e gestione delle infestanti. A pesare sono anche la burocrazia, le difficoltà della logistica e una domanda interna che cresce meno rapidamente rispetto agli anni post-pandemia. Negli ultimi anni, inoltre, il numero dei produttori agricoli bio ha mostrato una lieve flessione, mentre aumentano trasformatori e operatori commerciali.
Ma questo non incide vitalità del settore. Il biologico lombardo si sta evolvendo da nicchia alternativa a segmento strutturato dell’agroalimentare regionale. Un cambiamento che coinvolge non solo le campagne, ma anche industria, distribuzione e consumatori.
La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa crescita in una filiera più forte e stabile, capace di garantire reddito agli agricoltori e identità ai territori. Perché anche nella regione più industrializzata d’Italia, il futuro dell’agricoltura passa sempre più dal rapporto tra produzione, ambiente e qualità.
Attività finanziata dal MASAF – Ministero dell’Agricoltura della sovranità Alimentare e delle Foreste – Progetto “Bio-ConvItalia – Biologico Conviviale Italiano” – D.M. n. PQAI 01 – Prot. N.0605738 del 31/10/2023 – CUP J55B23000730001

