Il cuore verde e bio delle Marche batte in particolare nelle aree collinari e interne, dove il biologico è diventato anche uno strumento di presidio territoriale contro abbandono e dissesto idrogeologico. Qui si inserisce il Distretto Biologico delle Marche, riconosciuto dalla Regione nel 2021 e oggi considerato uno dei più grandi d’Europa. Coinvolge circa duemila imprese agricole e oltre 90 mila ettari coltivati a bio, con l’obiettivo di costruire una filiera integrata che unisca produzione agricola, turismo sostenibile, educazione alimentare e tutela della biodiversità. Nelle Marche il biologico non è più una nicchia. È un pezzo consistente dell’economia agricola regionale, capace di intrecciare sostenibilità, qualità e identità territoriale.
Italia Bio sottolinea come i numeri parlino chiaro: oltre il 28% della superficie agricola marchigiana è coltivata con metodo biologico, una quota che colloca la regione tra le più avanzate d’Europa nel percorso verso gli obiettivi del Green Deal comunitario.
Secondo le elaborazioni Sinab-Ismea, nel 2024 le superfici bio marchigiane hanno superato i 130 mila ettari, raddoppiando nell’arco di dieci anni. Gli operatori certificati sfiorano quota 4.200 tra produttori, trasformatori e aziende multifunzionali. Un’espansione sostenuta soprattutto dai seminativi, dai foraggi, dagli oliveti e dai vigneti, ma con una crescita importante anche dell’ortofrutta e delle produzioni zootecniche estensive.
Ma dietro i dati ci sono soprattutto le aziende. “Come quelle vitivinicole del Piceno e dei Castelli di Jesi che hanno convertito interamente i vigneti al biologico puntando su Verdicchio, Pecorino e Rosso Conero di alta qualità. Oppure le realtà cerealicole dell’entroterra maceratese e anconetano che stanno recuperando grani antichi e varietà locali, spesso trasformando direttamente farine e pasta per aumentare il valore aggiunto”, sottolinea Italia Bio.
Nella provincia di Pesaro-Urbino cresce invece il modello delle aziende miste: oliveto, allevamento brado, ortaggi e agriturismo convivono in sistemi produttivi multifunzionali capaci di intercettare turismo rurale e vendita diretta. È una trasformazione che sta cambiando il volto dell’agricoltura marchigiana, sempre meno legata alla sola produzione di materia prima e sempre più orientata all’esperienza, alla relazione con il consumatore e alla filiera corta.
Tra le storie simbolo c’è quella di molte giovani aziende nate dopo il sisma del Centro Italia. In diverse aree interne il biologico è diventato un modo per restare sul territorio e ricostruire economia locale. Nuove imprese agricole guidate da under 40 hanno investito in orticoltura bio, apicoltura, erbe officinali e trasformazione artigianale, spesso sfruttando i canali digitali e i mercati contadini.
Come nel resto d’Italia, anche qui le criticità non mancano. Il comparto continua a dipendere in parte dai sostegni pubblici della Pac, mentre i costi di certificazione, la burocrazia e la concorrenza delle importazioni extra Ue restano nodi aperti. Inoltre, l’aumento delle superfici non sempre si traduce in un adeguato riconoscimento economico per gli agricoltori.
Eppure le Marche sembrano aver trovato nel biologico una direzione precisa. Non solo una tecnica produttiva, ma un modello territoriale che prova a tenere insieme reddito agricolo, tutela ambientale e valorizzazione delle aree rurali. In una regione fatta di colline, piccoli borghi e paesaggi agricoli storici, il bio sta diventando sempre più un tratto identitario. E forse è proprio questa la sua forza più grande.
Attività finanziata dal MASAF – Ministero dell’Agricoltura della sovranità Alimentare e delle Foreste – Progetto “Bio-ConvItalia – Biologico Conviviale Italiano” – D.M. n. PQAI 01 – Prot. N.0605738 del 31/10/2023 – CUP J55B23000730001

