Che una lobby indipendente possa pensare ad un prodotto da spacciare per risolutivo di alcuni problemi ci può stare. Ma che l’intero parlamento europeo lo avalli come soluzione utile al suo territorio non lo si accetta. L’ostinazione europea a sostenere il modello agroindustriale risulta antistorica e contraria agli interessi generali dell’agricoltura europea.
Il sistema agricolo rurale europeo, infatti, vede il prevalere delle piccole aziende a gestione familiare (90%), con superficie media di 11,3 ettari, di cui il 63% con superficie inferiore a 5 ettari, che di tutto ha bisogno tranne che di rimanere soggiogata da logiche industrialiste di produzione e distribuzione dei prodotti agricoli e soprattutto di nuovi “signoraggi” da corrispondere alle industrie delle sementi.
Le aziende a conduzione familiare assicurano in Europa un’offerta continua di cibo vario e di alta qualità; costituiscono l’unico presidio concreto del territorio, contro il dissesto idrogeologico, gli incendi e l’erosione genetica. Generano oltre l’80% della manodopera del settore contrastando lo spopolamento delle aree rurali e l’esodo 4.0 che in atto mette a rischio di implosione sociale i piccoli comuni che mediamente rappresentato il 70% del totale.
L’introduzione delle Tea promette la riduzione delle perdite di produzione (stimate nell’ordine del 10-15%) dovute a rigidità del clima e alle fitopatie; ma l’Ue dimentica che lo spreco alimentare sciupa oltre un terzo del cibo prodotto e distribuito nella logica dei grandi sistemi industriali.
Oggi l’agricoltura biologica esce fortemente insidiata dalla nuova normativa, per il rischio di contaminazione accidentale delle coltivazioni biologiche che non prevedono, a buon ragione, l’utilizzo di varietà ottenute con queste tecniche.
L’agricoltura biologica europea, e quella italiana in particolare, rappresenta oggi più che mai il baluardo più solido contro la degenerazione del modello agro-industriale di produzione e distribuzione del cibo, perché, oltre ogni retorica, incarna la necessità di una sostenibilità concreta e di presidio del territorio.
Ma forse non tutto è perduto, rimane il tempo tecnico per acquisire la necessaria consapevolezza del rischio che l’Europa sta correndo e per dare luogo ad una grande mobilitazione tra tutte le organizzazioni che realmente hanno a cuore il futuro del territorio, la qualità dell’alimentazione e la sostenibilità.
Le Ngt, o meglio come si preferisce definirle in Italia le Tea, dal punto di vista semantico esprimono un pensiero antistorico. L’idea di assistere il processo evolutivo con l’uso delle tecniche genomiche è quantomeno presuntuosa, se non semplicemente pretestuosa. Il grande patrimonio varietale attualmente a disposizione dell’agricoltura italiana è il frutto di una co-evoluzione tra le varietà di interesse agricolo e le comunità territoriali di agricoltori e studiosi della materia. Un patrimonio varietale che in definitiva ha finito per rappresentare la migliore risposta possibile – da un punto di vista ecologico e sociale – ai bisogni di quella particolare realtà territoriale di cui la varietà è diventata la sintesi. Mille risposte risolutive per mille esigenze o bisogni che diventano poi mille espressioni diverse di qualità e preziosità gastronomica capace di rispondere ad altrettante esigenze di tempo e di spazio. Più ampio è il panorama varietale di ciascuna specie, meglio il sistema rurale saprà fornire cibo fresco e abbondante alle comunità: in ogni stagione e condizione di clima, rimanendo sempre al servizio della vita e non del mercato. L’agrobiodiversità è una grande ricchezza che si definisce soprattutto come “sapere locale” e non proprietà o “sequenza genica brevettata” o brevettabile. Patrimonio quindi dell’umanità come le mille e mille varietà tradizionali d’Italia e non “brevetto” per generare profitto a favore delle quattro grandi sorelle delle sementi.
Essendo concluso l’iter legislativo, il regolamento entrerà in vigore venti giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea dopo un periodo transitorio di circa due anni per definire le norme attuative. Le previsioni più prudenti ci portano, quindi, ad un’attuazione delle nuove disposizioni non prima di giugno del 2028. Insomma ci sarebbe ancora il tempo per riconsiderare la cosa e adottare le necessarie contromisure al rischio di divorzio definitivo tra cibo e territorio che la norma comporta.
Una delle ipotesi operative dovrebbe il potenziamento della legge 1º dicembre 2015, n. 194, sulla valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, in quanto, rivolgendosi prevalentemente alle aziende familiari (circa il 90% del totale) produrrebbe con facilità la prospettiva di un beneficio diffuso ma di entità macro economica.
Per Italia Bio, e per il movimento del biologico mediterraneo in generale, rimane il dovere di difendere con solidi argomenti culturali la validità del sistema di produzione biologica, le comunità del cibo e il protagonismo dei territori, come unico modello efficace di rispondere, oltre ogni facile retorica, alla necessità di produrre cibo sostenibile, sano e giusto e di tutelare i territori da nuove forme di colonialismo economico sempre più subdolo e aggressivo.
di Lillo Alaimo Di Loro

