Italia Bio esprime forte perplessità sul primo piano pilota di vaccinazione contro l’influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI-H5) avviato dal Ministero della Salute in alcuni allevamenti avicoli di Veneto e Lombardia.
Il progetto, partito il 5 maggio scorso, interessa un numero limitato di aziende delle province di Verona e Mantova e prevede la vaccinazione di tacchini da carne e galline ovaiole sin dalle prime fasi di vita, affiancata da sistemi di sorveglianza e tracciabilità rafforzati.
Per Italia Bio, tuttavia, l’iniziativa appare sproporzionata rispetto al reale livello di rischio sanitario. «A dire il vero, bisogna considerare che il livello di pericolosità dell’influenza aviaria per l’uomo è attualmente molto basso», osserva il presidente di Italia Bio, Lillo Alaimo Di Loro. «Il contagio avviene quasi esclusivamente attraverso il contatto diretto con animali infetti o con le loro secrezioni e il virus non si diffonde facilmente da persona a persona».
L’associazione ricorda inoltre che lo stesso Istituto Superiore di Sanità ha evidenziato come i ceppi attualmente in circolazione – prevalentemente H5N1 ad alta patogenicità e H9N2 a bassa patogenicità – non rappresentino un pericolo significativo per la popolazione.
Secondo Italia Bio, pertanto, la vaccinazione rischia di trasformarsi in una misura priva di una reale giustificazione sanitaria, destinata ad alimentare allarmismi e ad aggiungere ulteriori oneri gestionali a un comparto già sottoposto a rigorose misure di biosicurezza e monitoraggio.
«E allora perché mettere “pepe ai cavoli”?», si chiede polemicamente il presidente di Italia Bio, Lillo Alaimo Di Loro. «Se il rischio per la salute umana è estremamente contenuto e sono già in vigore efficaci strumenti di prevenzione e controllo, l’avvio di una campagna vaccinale sperimentale appare una risposta eccessiva rispetto al problema che si intende affrontare».
Per Italia Bio, le risorse pubbliche dovrebbero essere indirizzate prioritariamente al rafforzamento delle misure di prevenzione già esistenti e al sostegno degli allevatori, evitando interventi che, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, non sembrano apportare benefici concreti né alla salute pubblica né alla gestione dell’emergenza aviaria.

